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Riflessioni, spunti, risonanze.

MESSAGGIO NELLA BOTTIGLIA n. 18 – 20 apr 2017

Essere in molti ed essere insieme

La sorte di essere felici o infelici si gioca, in una percentuale altissima, sull’area dei rapporti umani, sul come si sta insieme. L’ambiente o ci fa o ci disfa, ma l’ambiente siamo noi, è quell’insieme di sentimenti e stili comunicativi, verbali e non verbali, che si mettono in atto quando si è con qualcuno. Ognuno di noi è responsabile di quel particolare clima o interazione, piacevole o pesante, che si chiama appunto ambiente. Un ambiente sereno in cui si stia e si lavori bene insieme è un’opera d’arte, frutto della collaborazione di tutti, nessuno escluso. Essere in molti ed essere insieme sono due cose diverse ; essere in molti evoca il numero e la vicinanza fisica, l’insieme evoca una comunanza di obiettivi, una messa in comune delle energie in vista di un traguardo condiviso da tutti. Il termine comunità, più ancora quello di famiglia, richiamano l’idea di legami affettivi, amalgamanti, di sostegno vicendevole e disinteressato, di esistenze legate da una medesima fede a un medesimo destino.

Si può dire che il compito che attende una famiglia o una comunità, sotto il profilo della socialità, è quello di convertire la pluralità delle presenze in unione o comunione di persone. La famiglia o la comunità in cui ci sia un clima ricco di calore umano, nella quale tutti i membri sappiano fare attenzione agli altri, tenere gli occhi alzati su di loro, contribuisce fortemente a costruire le persone e a sedimentare in loro strati di felicità, autentiche riserve di ottimismo e di gioia di vivere.

Vivere insieme è una sfida al nostro individualismo e al nostro narcisismo, a quell’eterno allucinatorio vagheggiamento di essere l’unigenito o almeno il primogenito, con tutti i privilegi della primogenitura : essere ritenuti il migliore, il più forte, il più efficiente, il più meritevole di essere amato.

Per qualcuno è tremendamente difficile ritenersi uguale agli altri, è una sensazione quasi mortale. Qui il mestiere di essere uomo, come lo chiamavano i filosofi antichi, diventa arte, intendendo con questa espressione l’abilità e l’estro con cui ognuno contribuisce a creare una convivenza serena e proficua, piccola o numerosa che sia.

La famiglia, come una comunità, è luogo di accoglienza e di condivisione, ma è anche il luogo terribile in cui ci si trova a faccia a faccia coi propri limiti ed egoismi, senza possibilità di eluderli. La vita in casa, dove tutti sanno tutto di tutti, è liberante e rischiosa insieme : liberante perchè si può essere se stessi senza la fatica di mascherarsi, rischiosa perchè si viene restituiti di continuo alla propria verità. Ascoltando ciò che coloro che vivono con noi pensano di noi, non ci sarà più possibile conservare un’immagine irreale, fantastica, di noi, ma si dovrà accettare quella vera, forse un po’ meno esaltante.

Questo è uno dei principali benefici della vita comunitaria e familiare, se si è disposti ad approfittarne. Essa sospinge costantemente i suoi membri a liberarsi dell’immagine idealizzata di sé e ad accettarsi nel bene e nel male, compreso ciò che non si è, non si ha, non si sa, non si può. Finchè si è soli, si può pensare di amare tutti ; quando si è con gli altri, si scoprono le sacche della propria povertà, l’egoismo, la suscettibilità ombrosa, l’affettività malata, i desideri insaziabili, le gelosie meschine, la fatica di amare. E se non si ama, che cosa rimane di buono in noi ?

(brano tratto dal libro Cammino di guarigione interiore di Giuseppe Colombero )

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