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Messaggi nelle bottiglie lanciate nel mare della vita!

MESSAGGIO NELLA BOTTIGLIA n. 19 – 15 mag 2017

Impariamo a dire grazie

 Riconoscenza è sapere e ammettere d’aver ricevuto un bene o un servizio, e sentire gratitudine verso chi ce l’ha fatto. La persona riconoscente vede in ciò che usa non solo cose, ma anche le persone che le hanno preparate, legge le cose come espressione d’una sollecitudine, forse anche d’un amore.

La famiglia è il regno della gratuità perché è il luogo dell’amore primario ; ciò consente di non sentirsi debitori, ma riconoscenti . La gratuità dispensa dall’obbligo della restituzione, ma non da quello della riconoscenza. Il bambino scopre di essere amato in ciò che riceve ; la vita di famiglia, nella quale spesso si riceve addirittura prima di chiedere e tutto è gratuito, dovrebbe sviluppare quell’atteggiamento superfluo ma tanto necessario che è la riconoscenza. E sarebbe opportuno che essa si concretizzasse, di tanto in tanto, in gesti palesi con i quali non dico si restituisce, ma si riconosce e si ricambia il servizio ricevuto. Perché i sentimenti mai detti finiscono per non essere veri o per non esserci affatto.

C’è qualcosa di liturgico nella gratuità dei servizi in una famiglia o in una comunità. Ci viene in aiuto l’etimologia della parola. Leiturghìa, nella lingua greca, significa appunto servizio, precisamente <<ogni servizio reso da un cittadino allo Stato, a proprie spese>>. Ci piace ringraziare il Signore per i beni che dissemina nella nostra vita. Per chi crede poi, l’eucaristia è il tipico grazie che Gesù ci ha messo nelle mani ; difatti eucharistìa e il verbo eucharistèo, sempre nella lingua greca, significano  rendimento di grazie, ringraziare, essere grati. Il credente legge il creato come in filigrana, vi legge in trasparenza la bontà e la generosità del Signore che si rivela come puro dono. Il ringraziamento è un sentimento fondamentale in chi prega. Allo stesso modo, c’è qualcosa di eucaristico nel dire grazie a chi ci ha fatto del bene.

Dobbiamo abituarci a cogliere l’umano nelle cose e nei gesti delle persone. Le cose possono essere viste semplicemente in quanto servono, allora sono soltanto oggetto di consumo, ma possono anche essere considerate in quanto dicono. Nel primo caso, noi le prendiamo e le utilizziamo e subito passiamo oltre ; nel secondo caso, ci fermiamo sopra l’attenzione e ascoltiamo ciò che narrano. Un pane è un pane, ma se è sopra la tavola imbandita è un’altra cosa, è un pane portato dalle mani di qualcuno e messo lì per noi ; è un pane che dice.

Molte cose che noi utilizziamo o certi loro particolari, la premura, la cura, per esempio, con cui sono state disposte, sono nati dal desiderio di  dirci qualcosa, qualcosa che, in  molti casi, ha che fare con l’amore.

Bisogna coglierlo tutto questo e far capire che lo si è colto. Ma normalmente non ci pensiamo, perché siamo più portati a notare e far notare quanto diamo che quanto riceviamo, ci esalta di più sentirci generosi che debitori, benefattori che beneficati. La persona riconoscente è sempre innanzi tutto una persona attenta. La riconoscenza è un fatto di interiorità, di risonanza interiore, di capacità di lettura introspettiva dei messaggi. Non si è riconoscenti per caso. E, vorrei aggiungere, è anche un fatto di nobiltà d’animo.

 

Dire grazie, così facile, così difficile

 

Consideriamo, per esempio il lavoro domestico. Può essere un lavoro svolto volentieri, addirittura con amore ; allora contribuisce a far sentire la persona realizzata e contenta. Può invece essere affrontato come dura necessità, quasi come una condanna. Ma le disposizioni d’animo con cui lo si compie dipendono, in larga misura, da come viene considerato dai clienti, dai familiari che ne beneficiano : se lo apprezzano, se ne riconoscono la fatica e la preziosità, se collaborano, se sanno dire grazie, oppure se passano oltre. Senza una giusta e legittima gratificazione, nessun lavoro è amato.

Tutti i componenti della famiglia quindi contribuiscono, con il loro atteggiamento, a dare una specifica connotazione ai lavori di casa, e di conseguenza influiscono enormemente sullo stato d’animo della loro casalinga, a farla sentire signora o serva. A volte è la presenza stessa della persona che va colta come dono. Le persone forti per dono di natura o per destino rischiano di passare per invulnerabili, divenendo così oggetto di attacchi e ricatti non appena accennano a un gesto di stanchezza.

Grazie è una parola del tutto naturale per qualcuno, gli viene spontanea ; per altri è una parola straordinariamente difficile da pronunciare. Molti non la conoscono affatto, qualcuno addirittura la disdegna, ne sta in guardia perché ha l’impressione di abbassarsi, come si dice, pronunziandola, di sentirsi umiliato nel riconoscere d’aver ricevuto un servizio. Individui patetici. Come se fosse l’obiettività o la giustizia a far perdere la dignità.

Se ci abituiamo a familiarizzare con il grazie, con semplicità e naturalezza, ci verrà spontaneo collaborare e condividere la fatica dei lavori comuni ; amare significa anche questo : fare le cose insieme; smetteremo di limitarci ad attendere e pretendere, come se tutto ci fosse dovuto e sùbito, atteggiamento tipico del bambino che sa solo chiedere. Queste persone, che vivono un abituale atteggiamento di attesa e pretesa, sono le medesime che enfatizzano ciò che fanno esse e minimizzano ciò che fanno gli altri ; sentono se stesse come pilastri portanti della casa o della comunità, benefattori, e gli altri debitori.

Tra persone che si amano, ognuna ha l’impressione che quanto riceve sia sempre più grande di ciò che dà. E lo ricorda. L’etimologia di ricordare è suggestiva ; il verbo deriva dal latino recordor, recordari, composto da cor, cuore, e dal prefisso re-, indicativo di un cammino a ritroso, un ri-tornare indietro ; quindi, nel caso nostro, dare e ridare il cuore, rivolgere la mente, la memoria, al gesto da cui ci è pervenuto un bene o un servizio.

Neppure quando malauguratamente ci si separa da una persona, si deve disconoscere ciò che si è ricevuto : un oggetto, la compagnia, l’affetto. Nessun astio e nessun risentimento possono annullare il passato e far sì che i momenti di felicità che si sono vissuti non siano stati vissuti. Negarli significherebbe essere insinceri prima ancora che ingiusti, e alla fine indegni di averli ricevuti.

La riconoscenza ha il misterioso potere di amalgamare le persone, di far circolare sentimenti vitalizzanti e rivitalizzanti, di creare quel clima di cordialità che tanto contribuisce allo star bene insieme.

Il grazie è un eccellente cardiotonico o analettico per chi lo riceve. Ha un forte valore di sostegno e di stimolo, per chiunque, ma specialmente per chi, non essendoselo mai sentito dire, o per altre ragioni, è cresciuto  e giace in un sentimento di disistima verso di sé, e non riesce a persuadersi di essere capace di qualcosa di apprezzabile. Il grazie che riceve è un amabile invito a rivedere la sua convinzione.

Basta pensare a ciò che avviene dentro di noi quando ci sentiamo ringraziare : gli occhi si alzano, s’incontrano, qualcosa si scioglie, si dimentica se si ha qualcosa da dimenticare, le ferite rimarginano se ci sono ferite, il cuore si sveglia dal torpore e palpita, ci si sorride, si riprende a dialogare. L’amore insegna a dire grazie, il grazie fa nascere l’amore.

(brano tratto dal libro Cammino di guarigione interiore di Giuseppe Colombero )

MESSAGGIO NELLA BOTTIGLIA n. 18 – 20 apr 2017

Essere in molti ed essere insieme 

La sorte di essere felici o infelici si gioca, in una percentuale altissima, sull’area dei rapporti umani, sul come si sta insieme. L’ambiente o ci fa o ci disfa, ma l’ambiente siamo noi, è quell’insieme di sentimenti e stili comunicativi, verbali e non verbali, che si mettono in atto quando si è con qualcuno. Ognuno di noi è responsabile di quel particolare clima o interazione, piacevole o pesante, che si chiama appunto ambiente. Un ambiente sereno in cui si stia e si lavori bene insieme è un’opera d’arte, frutto della collaborazione di tutti, nessuno escluso. Essere in molti ed essere insieme sono due cose diverse ; essere in molti evoca il numero e la vicinanza fisica, l’insieme evoca una comunanza di obiettivi, una messa in comune delle energie in vista di un traguardo condiviso da tutti. Il termine comunità, più ancora quello di famiglia, richiamano l’idea di legami affettivi, amalgamanti, di sostegno vicendevole e disinteressato, di esistenze legate da una medesima fede a un medesimo destino.

Si può dire che il compito che attende una famiglia o una comunità, sotto il profilo della socialità, è quello di convertire la pluralità delle presenze in unione o comunione di persone. La famiglia o la comunità in cui ci sia un clima ricco di calore umano, nella quale tutti i membri sappiano fare attenzione agli altri, tenere gli occhi alzati su di loro, contribuisce fortemente a costruire le persone e a sedimentare in loro strati di felicità, autentiche riserve di ottimismo e di gioia di vivere.

Vivere insieme è una sfida al nostro individualismo e al nostro narcisismo, a quell’eterno allucinatorio vagheggiamento di essere l’unigenito o almeno il primogenito, con tutti i privilegi della primogenitura : essere ritenuti il migliore, il più forte, il più efficiente, il più meritevole di essere amato.

Per qualcuno è tremendamente difficile ritenersi uguale agli altri, è una sensazione quasi mortale. Qui il mestiere di essere uomo, come lo chiamavano i filosofi antichi, diventa arte, intendendo con questa espressione l’abilità e l’estro con cui ognuno contribuisce a creare una convivenza serena e proficua, piccola o numerosa che sia.

La famiglia, come una comunità, è luogo di accoglienza e di condivisione, ma è anche il luogo terribile in cui ci si trova a faccia a faccia coi propri limiti ed egoismi, senza possibilità di eluderli. La vita in casa, dove tutti sanno tutto di tutti, è liberante e rischiosa insieme : liberante perchè si può essere se stessi senza la fatica di mascherarsi, rischiosa perchè si viene restituiti di continuo alla propria verità. Ascoltando ciò che coloro che vivono con noi pensano di noi, non ci sarà più possibile conservare un’immagine irreale, fantastica, di noi, ma si dovrà accettare quella vera, forse un po’ meno esaltante.

Questo è uno dei principali benefici della vita comunitaria e familiare, se si è disposti ad approfittarne. Essa sospinge costantemente i suoi membri a liberarsi dell’immagine idealizzata di sé e ad accettarsi nel bene e nel male, compreso ciò che non si è, non si ha, non si sa, non si può. Finchè si è soli, si può pensare di amare tutti ; quando si è con gli altri, si scoprono le sacche della propria povertà, l’egoismo, la suscettibilità ombrosa, l’affettività malata, i desideri insaziabili, le gelosie meschine, la fatica di amare. E se non si ama, che cosa rimane di buono in noi ?

(brano tratto dal libro Cammino di guarigione interiore di Giuseppe Colombero )

MESSAGGIO NELLA BOTTIGLIA n. 17 – 13 apr 2017

Perdono: come liberarsi da rancori e amarezza

Quando qualcuno che vi è caro vi ferisce, voi potete covare rabbia, risentimento e pensieri di vendetta oppure abbracciare il perdono e andare avanti.

Quasi ognuno di noi è stato ferito dalle azioni o parole di qualcun altro. Vostra madre ha criticato le vostre capacità di genitore. Un vostro amico ha spettegolato su di voi. Il vostro partner ha una storiella. Queste ferite possono lasciare in voi sentimenti duraturi di rabbia, amarezza e persino vendetta. Ma se voi non praticate il perdono, voi potreste essere i soli a pagare caramente. Abbracciando il perdono, voi abbracciate la pace, la speranza la gratitudine e la gioia.

Sì, ma come perdonare?
Qui, Katherine M. Piderman, Ph.D., cappellano del personale al Mayo Clinic, Rochester, Minn., discute il perdono e come esso può guidarvi nel cammino del benessere fisico, emozionale e spirituale.

 

Cos’è il perdono?

Non c’è definizione del perdono. Ma in generale, il perdono è una decisione di lasciar andare risentimento e pensieri di vendetta. Perdono è l’atto di slegare voi stessi da pensieri e sentimenti che vi legano all’offesa commessa contro di voi. Questo può ridurre il potere che questi sentimenti hanno altrimenti su di voi, così che voi potete vivere una vita più libera e più felice nel presente. Il perdono può anche condurre a sentimenti di comprensione, empatia e compassione per la persona che vi ha ferito.

Perdonare qualcuno significa che voi state dimenticando o condonando quello che è successo?

Assolutamente no! Perdonare non è lo stesso che dimenticare quello che vi è successo. L’atto che vi ha ferito o offeso può rimanere per sempre una parte della vostra vita. Ma perdonare può allentare la presa su di voi e aiutarvi a focalizzare su altre, positive parti della vostra vita. Perdonare non significa nemmeno che voi negate la responsabilità dell’altro nell’avervi offeso. E non minimizza e giustifica l’errore. Voi potete perdonare la persona senza scusare l’atto.

Quali sono i benefici di perdonare qualcuno?

I ricercatori si sono interessati nello studiare gli effetti di avere attitudine a non perdonare e a perdonare. La prova si basa sul fatto che mantenere rancori e amarezza risulta in problemi di salute a lungo termine. Il perdono, d’altro canto, offre numerosi benefici, inclusi:

* pressione sanguigna più bassa
* riduzione dello stress
* meno ostilità
* capacità di gestire meglio la rabbia
* più basso ritmo cardiaco
* più basso rischio di abuso di droghe e alcol
* minori sintomi di depressione
* minori sintomi di ansietà
* riduzioni di dolori cronici
* più amicizie
* relazioni più sane
* maggiore benessere religioso e spirituale
* migliorato benessere fisiologico

Perché noi tratteniamo rancori e diventiamo risentiti e non perdoniamo?

Le persone che è più probabile ci possano ferire sono proprio quelle più vicino a noi – i nostri partner, amici, fratelli e genitori. Quando siamo feriti da qualcuno che amiamo o confidiamo – sia che si tratti di una bugia, un tradimento, un rifiuto un abuso o un insulto – può essere estremamente difficile da superare. Anche la minima offesa può portare a grandi conflitti.

Quando voi patite un’offesa dalle azioni o le parole di qualcuno, sia che sia intenzionale o no, voi potete cominciare a percepire sentimenti negativi come rabbia, confusione o tristezza, specialmente quando è qualcuno vicino a voi. Questi sentimenti possono essere ridotti all’inizio. Ma se voi non li affrontate subito, essi possono diventare più grandi e più potenti. Essi possono pure cominciare a prevalicare sui sentimenti positivi. Rancore nutrito da risentimento, vendetta e ostilità prendono piede quando vi soffermate su eventi o situazioni penose, che si ripresentano nella vostra mente molte volte.

Subito, voi potete ritrovarvi ingoiati dalla vostra stessa amarezza o senso di ingiustizia. Voi potete sentirvi intrappolati e potete non vedere la via d’uscita. È molto duro lasciar andare i rancori a questo punto e invece voi potete rimanere pieni di risentimento e incapaci di perdonare.

Come faccio a sapere quando è tempo di provare a perdonare?

Quando noi tratteniamo dolori, vecchi rancori, amarezza e persino odio, molte aree della nostra vita possono risentirne. Se noi non perdoniamo, siamo noi stessi a pagarne il prezzo all’infinito. Noi possiamo arrivare a portare la nostra amarezza e la rabbia in ogni relazione e nuova esperienza. Le nostre vite possono essere così inviluppate nel male da impedirci di gioire nel presente. Altri segni che possano invogliare a perdonare sono:

* soffermarsi sugli eventi che circondano l’offesa
* sentire da altri che voi fate la vittima o che sguazzate nell’autocommiserazione
* essere evitato da famiglia e amici perché non gradiscono la vostra compagnia
* avere scoppi di rabbia alla più piccola mancanza di rispetto
* sentirsi spesso incompreso
* bere eccessivamente, fumare o usare droghe per provare a tenere a bada il dolore
* avere sintomi di depressione o ansietà
* essere consumati da desideri di vendetta o punizione
* pensare automaticamente il peggio di persone o situazioni
* rimpiangere la perdita di una preziosa relazione
* sentire che la vostra vita non ha senso
* sentirsi in conflitto con i vostri credo religiosi o spirituali

la linea di fondo è che voi spesso rischiate di sentirvi miserabili nella vostra vita attuale.

Come posso raggiungere lo stato del perdono?

Il perdono è un impegno per un processo di cambiamento. Esso può essere difficile e può prendere tempo. Ognuno si muove verso il perdono in modo un po’ differente. Un passo è riconoscere il valore del perdono e l’importanza nelle nostre vite ad un dato tempo. Un altro è di riflettere sui fatti della situazione, come abbiamo reagito e come questa combinazione ha condizionato le nostre vite, la nostra salute e il nostro benessere.

Poi, come siamo pronti, noi possiamo attivamente scegliere di perdonare colui che ci ha offeso. In questo modo, noi ci tiriamo fuori dal ruolo di vittima e scarichiamo il controllo e il potere che la persona e la situazione che ci hanno recato offesa hanno avuto sulle nostre vite.

Perdonare anche significa che noi cambiamo vecchi schemi di credo e azione che sono pilotati dalla nostra amarezza. Come noi lasciamo andare rancori, noi non delimiteremo più le nostre vite da come siamo stati feriti, e potremmo persino trovare compassione e comprensione.

Che succede se io non posso perdonare qualcuno?

Perdonare può essere una gran bella sfida. Può essere particolarmente difficile perdonare qualcuno che non ammette il torto o che non accenna ad un pentimento. Tenete in mente che il beneficiario primo del perdono siete voi stessi. Se vi sentite bloccati, può essere utile prendere del tempo, parlare con una persona che voi considerate saggia e compassionevole, come una guida spirituale, un assistente sociale o un imparziale membro della famiglia o amico.

Può anche essere utile riflettere sulle volte che voi avete ferito altri e su quelli che hanno perdonato voi. Se voi ricordate come vi siete sentiti, può aiutarvi per capire la posizione della persona che vi ha ferito. Può anche essere utile pregare, usare meditazioni guidate. In ogni caso, se l’intenzione di perdonare è presente, il perdono verrà a tempo debito.

Il perdono garantisce la riconciliazione?

Non sempre. In alcuni casi, la riconciliazione può essere impossibile perché chi ha offeso è morto. In altri casi, la riconciliazione può non essere appropriata. Specialmente se voi siete stati attaccati o assaltati. Ma anche in quei casi, il perdono è ancora possibile, persino se non lo è la riconciliazione.

D’altro canto, se l’evento penoso ha coinvolto un membro della famiglia o un amico prezioso, il perdono può portare alla riconciliazione. Questo può non accadere subito, dato che entrambi potreste aver bisogno di tempo per ristabilire la fiducia. Ma alla fine, la vostra relazione può certo essere quella che è ricca e soddisfacente.

Che succede se io devo interagire con la persona che mi ha ferito ma io non voglio?

Queste situazioni sono difficili. Se la ferita coinvolge un membro della famiglia, potrebbe essere non sempre possibile evitarlo completamente. Potreste essere invitato alla stessa riunioni di famiglia, per esempio. Se voi avuto raggiunto lo stato di perdono, voi potrete essere capaci di gioire queste riunioni senza coltivare le vecchie ferite. Se voi non avete raggiunto il perdono, queste riunioni possono essere tese e stressanti per ognuno, in particolare se altri membri della famiglia hanno preso delle parti nel conflitto.

Come gestire tale situazione? Primo, ricordate che voi avete una scelta se frequentare o meno raduni familiari. Rispettate voi stessi e optate per la soluzione migliore. Se voi scegliete di andare, non siate sorpresi di provare imbarazzo e persino sentimenti più intensi. È importante tenere a bada questi sentimenti. Voi non vorrete certo che essi vi inducano ad essere ingiusti o scortesi in ritorno a ciò che vi è stato fatto.

Anche, evitate di bere troppo alcol come espediente per intorpidire i vostri sentimenti o sentirvi meglio – è probabile che vi si ritorca contro. E tenete cuore e mente aperti. Le persone cambiano e forse la persona che vi ha offeso vorrà scusarsi o rimediare. Anzi potrete scoprire che la riunione vi da modo di farvi avanti a perdonare.

Come faccio a sapere quando ho veramente perdonato qualcuno?

Il perdono può risultare in parole dette con sincerità come “ti perdono” o azioni tenere che mettano a posto la relazione. Ma più che questo, il perdono porta ad un tipo di pace che vi aiuta ad andare avanti con la vita. L’offesa non è più al centro dei vostri pensieri o sentimenti. La vostra ostilità, risentimento e infelicità hanno fatto strada a compassione, gentilezza e pace.

Inoltre ricordate che il perdono non è una cosa che avviene di botto. Esso comincia con la decisione, ma poiché la memoria o un altro set di azioni o parole possono provocare vecchi sentimenti, avrete bisogno di ricorrere al perdono più volte.

E se la persona che sto perdonando non cambia?

Far si che l’altra persona cambi comportamento non è il punto del perdono. Infatti, la persona non è detto che cambi atteggiamento o si scusi per l’offesa. Pensate al perdono piuttosto come un modo per cambiare la vostra vita – portando a voi stessi più pace, felicità e benessere emozionale e spirituale.

Il perdono sottrae all’altra persona il potere di continuare a influenzare la vostra via. Attraverso il perdono, voi scegliete di non considerare più voi stessi una vittima.

Il perdono è prima di tutto fatto per voi stessi e meno per la persona che vi ha fatto del male.

E se invece sono io ad aver bisogno di perdono?

Sarebbe bene spendere del tempo per pensare all’offesa che avete commesso e provare a capire l’effetto che ha avuto su altri. A meno che ciò non provochi più danno e sofferenza, considerate di ammettere il male che avete fatto a coloro che avete ferito, parlando del vostro sincero pentimento e chiedendo perdono – senza dare delle scuse.

Ma se questo sembra poco saggio perché può portare altro danno o sofferenza, meglio non farlo – non è che voi chiedete scusa per sentirvi meglio. Non vogliate aggiungere sale sulla ferita dolente. Inoltre tenete a mente che non potete forzare qualcuno a perdonarvi. Essi avranno bisogno del loro tempo per perdonare.

In ogni caso, noi dovremmo impegnarci a perdonare noi stessi. Mantenere risentimento verso sé stessi può essere deleterio nello stesso modo come mantenere risentimento verso qualcun altro. Rendetevi conto che un comportamento mediocre o degli sbagli non fanno di voi un essere cattivo o inutile.

Accettate il fatto che voi – come chiunque altro – non siete perfetti. Accettate voi stessi a dispetto dei vostri sbagli. Ammettete i vostri errori. Cercate di trattare altri con compassione, empatia e rispetto. E ancora, parlare con una guida spirituale, un assistente sociale o un amico/parente fidato può essere utile.

Il perdono di voi stessi o di altri, sebbene non facile, può trasformare la vostra vita. Invece di indugiare nel senso di ingiustizia e vendetta, invece di sentirsi arrabbiati o amareggiati, voi potete volgervi verso una vita di pace, compassione, gioia e gentilezza.

Tratto da https://benvenutiinparadiso.wordpress.com/2007/12/20/perdono-liberarsi-da-rancori/

MESSAGGIO NELLA BOTTIGLIA n. 16 – 24 mar 2017

LASCIA ANDARE LE PERSONE CHE NON FANNO PIU PARTE DELLA TUA VITA

Quando in un rapporto si rompe qualcosa, si pensa subito a riparare quella spaccatura. Questo è quello che ti hanno sempre detto, non è vero?

Ma, cosa succede se riparare non è la soluzione giusta? E se fosse meglio lasciare andare quella persona, specialmente se non vuole più far parte della tua vita, magari per andare incontro ad un rapporto migliore e più gratificante?

Lasciare andare le persone a cui vogliamo bene può essere molto difficile, cerchiamo così disperatamente di aggrapparci alle cose anche quando non fanno più parte della nostra vita.

Perdere le persone a cui vogliamo bene è una parte naturale del nostro percorso, ma il più delle volte non pensiamo a noi e ci concentriamo su di loro, facciamo di tutto per rinsaldare un rapporto, anche quando in risposta, riceviamo solo rifiuto.

Sei consapevole che comportandoti in questo modo, non stai riconoscendo il tuo valore?

Ogni amicizia, ogni rapporto rappresentano una crescita. Invece di tenere il lutto per le persone che non sono più presenti nella tua vita, celebra quelle che ti stanno vicino, che credono in te e che hanno imparato a mettere da parte il loro orgoglio. E tu fai altrettanto con loro.

La perdita può essere uno dei sentimenti più dolorosi da sopportare ma nel corso del tempo, il dolore diminuisce e gli occhi si aprono al fatto che non abbiamo effettivamente più bisogno di quella persona.

Potrebbe non sembrare al momento, ma anche se credi di aver perso qualcosa di buono nella tua vita, sarà molto facile che presto ti attirerai un rapporto ancora migliore del precedente.

Noi, come individui, abbiamo la capacità mentale di giudicare chi ha un impatto positivo sulla nostra vita, il che significa che qualcuno può essere definito solo come una perdita se lo consapevolizziamo.

Indipendentemente dalle circostanze, tutto accade per una ragione. Anche se potrebbe non sembrare al momento, c’è una spiegazione sul motivo per cui quella persona non è più nella nostra vita.

Potrebbe portare tristezza, dolore e rimpianto, ma ogni perdita ci porta ad un viaggio che ci rende più forti.

Raccogliere i pezzi, piantando un sorriso sui nostri volti e trovare conforto nel fatto che le cose andranno meglio è il primo passo verso l’apprendimento per essere veramente felici da soli. Quindi, a cosa ci serve sprecare tempo ed energie per persone che non vogliono più fare parte della nostra vita?

Se qualcuno arricchisce le tue esperienze e plasma le tue memorie, è degno del tuo tempo. E se questo non succede? Così sia. Devi smettere di cercare di forzare le cose perché hai paura di rimanere solo. Devi smettere di aggrapparti alle vane speranze solo perché non hai ricordo di te stesso senza quella persona e infine, devi smettere di preoccuparti e continuare a pensare che le cose alla fine andranno a posto. Se le cose non vanno bene, non è la fine.
Tu sei tu, indipendentemente da chi ti sta vicino.

Se qualcuno non ci tratta come ci meritiamo, non dovremmo accettare il suo comportamento solo perché è quello che pensiamo di meritarci. Noi non dobbiamo mai accontentarci.

Alcune persone hanno la malsana abitudine di fare del male a chi gli sta accanto, ma possiamo scegliere di non cadere vittima di questo, e noi altrettanto, dobbiamo essere coerenti con le parole che diciamo, sempre.

I nostri corpi assorbono le vibrazioni, e se qualcosa di profondo dentro di noi ci dice che qualcosa non va su una situazione o su una persona, dobbiamo fidarci. Agendo sull’istinto e sull’intuizione invece che sulle emozioni di persuasione. Questo è il modo migliore per decidere chi può rimanere e chi deve andare.

Mentre è difficile accettare che non tutti coloro che entrano nella nostra vita sono destinati a rimanerci, noi come esseri umani siamo predisposti per interagire sempre con nuove persone, per esplorare, scoprire, per crescere, e tutto questo non può essere frenato da persone che non hanno la nostra stessa capacità.

Così, quando sentiamo che stiamo cadendo a pezzi, abbiamo bisogno di ricordare a noi stessi come quella persona ci ha fatto sentire. Non quando eravamo ingenuamente contenuti, ma quando eravamo dolorosamente tristi e amaramente confusi.

La vita è troppo breve per essere vissuta con tristezza, rabbia, rammarico, sensi di colpa e tutte quelle credenze  e convinzioni limitanti che ci portiamo dietro. Abbiamo bisogno di imparare a circondarci di persone che ci fanno crescere, che ci fanno stare bene, che ci amano per quelli che siamo, senza il bisogno di indossare inutili maschere. Ma se questo non avviene, sarebbe meglio lasciarli andare.

Non devi sentirti in colpa quando allontani una persona “tossica”dalla tua vita.

Nessuno ha il diritto di infettarci con negatività e dubbi. Verrà un punto nella vita in cui ti stancherai di dover provare a te stesso di essere in grado di sistemare sempre le cose.

Questo non è rinunciare; è rendersi conto che ci meritiamo di più.

FONTE :http://it.anahera.news/relazioni-separazioni-mente/

MESSAGGIO NELLA BOTTIGLIA n. 15 – 5 mar 2017

Il sito web “boscoreale per amico” è nato nel 2005.Nelle mie intenzioni volevo che diventasse uno strumento utile alla crescita sociale, civile e culturale del mio paese natio. Penso che una comunità per progredire e quindi migliorare la qualità della propria vita collettiva, non può fare a meno, secondo me, della presenza del pluralismo negli organi di comunicazione, con voci anche e soprattutto dissenzienti, rispetto al pensiero delle istituzioni, quali i Partiti Politici, la Chiesa e la Scuola. Per lo stesso motivo, dovrebbero esistere all’interno della comunità di un territorio tante associazioni libere e svincolate totalmente dalle istituzioni stesse. Dal 2006, proprio in un’associazione culturale, totalmente libera e svincolata da ogni appartenenza istituzionale, denominata Stella Cometa – La Stazione, ho messo tutto il mio impegno sociale, sempre con lo stesso intento, contribuire cioè alla crescita del mio paese. Nel corso di questi anni, alcuni blog che si occupavano di Boscoreale sono spariti, altri ne sono nati, e speriamo che nasca sempre qualcosa di nuovo nel panorama dell’informazione libera. L’avvento di facebook ha portato, secondo me, un poco di confusione nel campo dell’informazione. Ad un certo punto abbiamo cominciato tutti a comunicare, e questo è un bene, purtroppo però spesso e volentieri si vedono pubblicate troppe notizie frivole, fatti strettamente personali, e succede così che, in questa marea di informazioni, ci si distrae e si rischia di perdere di vista le informazioni che si occupano delle problematiche collettive. Con la speranza di aver fatto qualcosa di utile per il mio paese, Boscoreale, mando un saluto tutti i miei concittadini e li esorto a essere sempre più attivi e fattivi nel campo sociale, in quello civile e per finire in quello culturale, proprio per il bene di tutta la collettività. Cordialmente, Vincenzo martire.

MESSAGGIO NELLA BOTTIGLIA n. 14 – 7 feb 2017

Occorre compiere un’attenta perlustrazione nel nostro orto interiore, al fine di individuare i germogli o gli alberi rigogliosi del bene e del male, e di compiere una coraggiosa opera di ripulitura ; fare una leale analisi dei sentimenti che si agitano in noi e ci agitano, chiamarli col loro nome, nobile o squallido, e intervenire su di essi. Scegliere i sentimenti significa scegliere il padrone da servire.

Io sono convinto che il bene premia, intendendo per bene l’insieme dei sentimenti positivi ; essi costituiscono un’enorme riserva di energie sananti. Ove vengono coltivati con cura, dissolvono a poco a poco le sequenze e le immagini conflittuali e nevrotiche e si trasformano in immagini salutari.

I sentimenti positivi più rilevanti sono : il rispetto, l’amore, la tolleranza, la moderazione dei desideri, la gioia, la semplicità, che è poi amore per la verità, l’amicizia, l’ottimismo, il gusto per il vero e il bello, un rapporto di armonia con la natura.

Il rinnovamento del e nel nostro spirito avviene quando, smettendo di condannarci e di sentirci condannati, permettiamo a queste forze salutari di visitarci e di espandersi in noi, sanandoci. Una delle verità più preziose che ritengo di aver colto è che possiamo cambiare la qualità della nostra vita e del nostro stare insieme cambiando la qualità dei nostri sentimenti.

(brano tratto dal libro Cammino di guarigione interiore di Giuseppe Colombero )

MESSAGGIO NELLA BOTTIGLIA n. 13 – 27 gen 2017

Chi crede porta la “Croce” cantando con il volto gioioso!

Chi non crede sopporta la “croce” mugugnando con il volto triste! (Marvin)

MESSAGGIO NELLA BOTTIGLIA n. 12 – 30 nov 2016

Felicità è anche avere qualcuno che ti vuole bene e che ti pensa, avere qualcun altro a cui vuoi bene e al quale pensi, quando poi ritieni che nella tua vita non esiste nessuno di quei qualcuno, allora guarda nel profondo del tuo cuore, vi troverai sicuramente un Qualcuno che è lì da sempre, se lo hai accolto veramente dentro di te. (Marvin)

MESSAGGIO NELLA BOTTIGLIA n. 11 – 10 nov 2016

Spesso, nella vita e sul lavoro, si cerca di formarsi una coscienza sulla propria misura, con la quale si possa patteggiare, che non ragioni sempre sulla base del bene e del male, ma anche sulla base di ciò che piace, di ciò che rende, di ciò che è comodo. Una coscienza che chieda solo ciò che si è disposti a fare o a dare, davanti alla quale soprattutto non sia necessario riconoscere d’aver sbagliato.

(brano tratto dal libro Cammino di guarigione interiore di Giuseppe Colombero )

MESSAGGIO NELLA BOTTIGLIA n. 10 – 19 ott 2016

Le tappe del divenire persona, si definiscono in base alla qualità dei rapporti con la comunità dei nostri simili. Ne consegue che fallire o essere carenti sul piano della socialità equivale a essere carenti sul piano della formazione umana. Vivere con gli altri è una necessità, ma anche una sfida ; una sfida al nostro narcisismo, al bisogno di primeggiare, di dominare, di possedere le persone, di sentire e far sentire che si è in possesso di un di più, che ci autorizza a pre-valere.

E’ un traguardo importante nell’età evolutiva giungere a pronunciare la parola IO, espressione del sentimento di individualità, ma è ugualmente importante giungere a pronunciare la parola NOI, espressione del senso sociale : la capacità di stare con gli altri come soggetto tra soggetti, nel rispetto reciproco.

Può dire di essere socialmente educata la persona che ha realizzato un equilibrio tra i bisogni suoi e quelli degli altri, tra il suo bisogno di espansione e l’identico bisogno degli altri ; che sa esprimere se stessa e nel medesimo tempo concede spazio agli altri perchè, a loro volta, esprimano se stessi. Ha imparato a non fare degli altri una proiezione di sè nè a pretendere che siano una sua copia, ma rispetta la loro alterità come un loro diritto e un valore.

(brano tratto dal libro Cammino di guarigione interiore di Giuseppe Colombero )

MESSAGGIO NELLA BOTTIGLIA n. 9 – 13 ott 2016

Dal libro di Erri De Luca “Il più e il meno”

Spurga dalle sue ossa morenti (Giacomo Leopardi) la feroce cantica all’immenso e la più poetica denuncia sulla furia della terra.

Furono Napoli e il suo vulcano a raschiargli dal fondo dei malanni i più flegrei tra i versi. Chi è del luogo e non ne provi orgoglio, si è assopito.

Mi sono battuto in vita mia per qualche uguaglianza, per qualche libertà, ma la fraternità non si può conquistare. È un dono, spunta all’improvviso, può durare anche mezzo pollo. Però esiste, c’è stata, l’ho assaggiata. Cinque uomini dell’Islam avevano apparecchiato la cena di Natale per uno senza credo. Stavolta la confusione sotto il cielo era abbastanza grande e dunque la situazione era eccellente.

Non è Stachanov l’eroe del lavoro, non chi intensifica il suo ritmo produttivo e così costringe gli altri a uniformarsi alla sua prestazione. Ma chi ha alzato la voce per difendere i propri compagni, rompendo la riga del silenzio. Chi ha preso la parola scavalcando l’abisso del primo passo avanti. E per questo è stato licenziato, schedato, rifiutato, mettendo a repentaglio il sostegno alla sua famiglia.

Quelle persone venute prima ci hanno spianato il cammino battendo come alpinisti un passaggio in neve alta, affrontando il rischio di venire travolti dalla valanga della reazione. Nessuno li costringeva a esporsi, solo il loro sentimento di giustizia che a volte fa di una persona una prua che apre il mare in due. Perché la giustizia non è un codice di leggi, ma un sentimento che scalda e salda le ragioni e il fiato, la dignità e la colonna vertebrale.

È PERICOLOSO SPORGERSI, dice il cartello ufficiale dei tempi correnti. È necessario farlo.

Un paio di giorni d’agosto dell’anno 1786 la specie umana seppe che poteva.

La gobba sommitale del Bianco era stata calpestata.

Si poteva: ecco il verbo delle disobbedienze, che aizza lo spirito di contraddizione ai limiti, alle leggi. Salire in cima al corno del continente: si poteva, eccome.

MESSAGGIO NELLA BOTTIGLIA n. 8 – 4 ott 2016

Con queste pagine vorrei dire al lettore : ciò che cerca c’è già e ti è vicino. Devi solo riconoscerlo. Non andare da nessuna parte, non cercare altrove. L’altrove è in te. E’ sempre stato lì. Stai cercando qualcosa che c’è già, qualcosa che sei tu, in un diverso modo di sentire e di vivere. Fèrmati un momento, frena il galoppo dei tuoi pensieri e il turbine delle tue emozioni. Nel silenzio lo scoprirai.

Va precisato che ciò che intendiamo per benessere o agio interiore, serenità, pace non è qualcosa di statico, qualcosa che, raggiunto una volta, ci appartiene per sempre. E’ invece un equilibrio mentale, emozionale e relazionale che va conquistato giorno per giorno, frutto d’un compromesso dinamico fra le varie tensioni interne : bisogni, pulsioni, inclinazioni, aspirazioni, ricerca di affermazione e gratificazione. Variabili che coesistono in noi e interagiscono tra di loro.

Sulle loro disparate e spesso contrastanti richieste, l’individuo opera una transazione, un compromesso sulla base del quale stabilisce i suoi obiettivi e si garantisce uno stato emotivo di tranquillità. E’ un lavoro, secondo Freud, che si compie sulla base del principio di costanza, regola fondamentale del sistema psichico umano, che mira a tenere più bassa possibile, o per lo meno costante, la tensione presente nell’organismo.

Tale equilibrio è minacciato anche dall’esterno, da ciò che è altro da noi, avvenimenti e persone. Nel momento di reagire a questi innumerevoli altro da noi che ci toccano dalla mattina alla sera e, in molti casi, ci provocano, si gioca l’equilibrio interiore. Il quale quindi dipende, in larga misura, da noi.

L’equilibrio umano rivela così, come una carta filigranata, una mappa infinitamente pervasiva di tensioni consce e inconsce, razionali e pulsionali ; è la risultante di un accorto gioco di patteggiamenti, compensazioni, sostituzioni, sublimazioni, nel quale le richieste di alcune pulsioni prevalgono, altre vengono sacrificate, altre riescono ad ottenere soddisfazione camuffandosi sotto maschere e voci le più impensate e insospettabili.

Dobbiamo partire da questo assunto : la salute interiore – la serenità, la pace, un’amabile amicizia con tutto e tutti, in primo luogo con noi stessi, gli altri, il mondo, gli avvenimenti – dev’essere un nostro fermo e costante obiettivo, e l’oggetto di un’accurata profilassi e cura interna. Proprio perché, se non stiamo bene dentro, non possiamo star bene in nessun luogo.

(brano tratto dal libro Cammino di guarigione interiore di Giuseppe Colombero )

MESSAGGIO NELLA BOTTIGLIA n. 7 – 26 set 2016

Nel secolo scorso, le malattie dominanti in campo psichiatrico erano l’isteria ela schizofrenia, le quali monopolizzarono a lungo la ricerca e la letteratura medica. Oggi le patologie più diffuse, sempre di competenza psichiatrica, sono quelle chehanno origine daldisadattamento sociale, le malattie psicosociali e psicosomatiche : la depressione, la nevrosi ansiosa, fobica, ossessiva, le varie forme di paranoia o caratteriali, i disturbi dell’umore e del comportamento ; come pure le innumerevoli e sfumate forme di malcontento e malessere.

Stati morbosi difficili da definire e da curare, spesso privi di base organica, ma penosamente reali, la cui origine è di chiara matrice sociale. La nostra società è talmente su misura per produrre dei frustrati. I miti che costruisce nei vari settori della vita e che sbandiera su tutti i canali comunicativi, con una enfatizzazione tra il grottesco e il furbesco, il confronto che viene istintivo fare con coloro che, più abili o più fortunati, camminano al di là dei desideri, insinuano fatalmente nell’animo la sindrome della sconfitta : senso di inferiorità, di inadeguatezza, di emarginazione, di vuoto esistenziale, sensazione di camminare in coda a un corteo di gente privilegiata e di cibarsi solo delle briciole che cadono dalla loro tavola.

(brano tratto dal libro Cammino di guarigione interiore di Giuseppe Colombero )

MESSAGGIO NELLA BOTTIGLIA n. 6 – 14 set 2016

<<E’ qui, ora, in questo luogo e in questo mondo che devo trovare chiarezza e pace ed equilibrio. Devo buttarmi e ributtarmi nella realtà, devo confrontarmi con tutto ciò che incontro sul mio cammino, devo accogliere e nutrire il mondo esterno col mio mondo interno e viceversa. Ma è terribilmente difficile.>>

     <<Buttarmi e ributtarmi nella realtà … qui, ora, in questo luogo e in questo mondo>> : lì scorre la vita e lì ci attende, con le sue richieste e le sue ricompense. La vita vera, quella che è una cosa sola con noi, si trova in solo luogo, qui, ora. Tutto il resto è altrove, e l’altrove appartiene al desiderio o alla nostalgia. Tutti i sogni che possono brulicare nella mente non sono nulla in confronto al più minuscolo grano di realtà che ci sta davanti o dentro. La psicosi, la pazzia, consiste proprio nello scambiare per realtà i sogni.

(brano tratto dal libro Cammino di guarigione interiore di Giuseppe Colombero )


MESSAGGIO NELLA BOTTIGLIA n. 5 – 16 giu 2016

Vivere è comunicare, convivere e condividere, in amicizia e in armonia! (Marvin)

MESSAGGIO NELLA BOTTIGLIA n. 4 – 27 mag 2016

Il gusto maligno di umiliare qualcuno nasce da sentimenti negativi inconfessabili quali l’invidia, l’insicurezza, la voglia di protagonismo, il terrore di essere sopraffatti dalle capacità altrui, l’insofferenza per i suoi successi o riconoscimenti. Sentimenti squallidi che rivelano un animo che ha bisogno di essere ripulito o forse, peggio, una personalità da ristrutturare.

(brano tratto dal libro Cammino di guarigione interiore di Giuseppe Colombero )

MESSAGGIO NELLA BOTTIGLIA n. 3 – 20 mag 2016

In una famiglia o in un ambiente di lavoro, dove i soggetti costituiscono una rete di relazioni affettive interdipendenti, il comportamento aggressivo o malevolo, anche solo di una persona, crea un clima pesante, una tensione logorante in tutto l’ambiente.

(brano tratto dal libro Cammino di guarigione interiore di Giuseppe Colombero )

MESSAGGIO NELLA BOTTIGLIA n. 2 – 13 mag 2016

Trenta parole come tecnica per disintossicare il mondo interiore, tecnica <<delle parole evocatrici>> : 

amore – apprezzamento – armonia – benevolenza – buonumore – calma – compassione – comprensione – coraggio – disciplina – energia – entusiasmo – fiducia – generosità – gioia – gratitudine – luce – pazienza – rinnovamento – saggezza – serenità – silenzio – vigilanza – vitalità – volontà – fede – fraternità – ordine – servizio – sorriso

(brano tratto dal libro Cammino di guarigione interiore di Giuseppe Colombero )

MESSAGGIO NELLA BOTTIGLIA n. 1 (la visione del vescovo Nogaro) – 25 gen 2011

Il vescovo Nogaro, ribadisce la sua visione, ancora irrealizzata, di una Chiesa lontana dal potere e vicina agli ultimi. «Il Vangelo non è più la trasparenza della Chiesa, viene compromesso da tutte le vicende politiche della Chiesa stessa» che «sembra voler essere l’autovelox della morale: sta nascosta dietro l’angolo e quando la cultura sfreccia e magari sembra violare, per eccesso di velocità, soprattutto i temi della morale – l’aborto, l’eutanasia, la fecondazione artificiale, la famiglia, le coppie di fatto, i divorziati, gli omosessuali – eleva sanzioni». È spesso una «Chiesa autoreferenziale», che «confonde facilmente i suoi fini con i suoi interessi». Vorrei invece, prosegue, «una Chiesa di frontiera, e la frontiera è fuori dal tempio, è un luogo esposto, è il luogo degli arrivi e delle partenze, dell’imprevisto e dell’inedito». Una Chiesa capace di «difendere l’uomo dal dominio incontrollato delle istituzioni e delle corporazioni, che rischiano di renderlo puro strumento della loro volontà di potenza; di allargare gli ordinamenti democratici, che esprimono la sovranità popolare, per rendere attiva sempre la libertà personale; di difendere l’uguaglianza tra gli uomini, impedire lo sfruttamento di una classe sull’altra, di un popolo su un altro e combattere apertamente l’onnipotenza del capitale e del profitto, della mafia e della camorra».

Dopo il silenzio assenso su ciò che mi accadde il 9 ottobre 2009, ora so.

Vincenzo Martire
L’articolo della vergogna di due giornal(a)isti, chi firma l’articolo non è quello che ha carpito le notizie per telefono da uno dei giovani volontari presenti la sera della “visita” delle forze dell’ordine, avvenuta unicamente per eccessivo baccano.
Questi due figuri hanno fatto un poco di confusione, pensavano alla loro casa e a quella dei loro padrini confondendola con la sede di Stella Cometa.

Per completezza
Dulcis in fundo……

Caro Zanotelli, quando verrai a trovare i volontari della Stazione FS di Boscoreale per mostrargli la tua solidarietà?
Ti stiamo aspettando da due anni.